La rotta di Caporetto dell’ottobre 1917 e l’esodo di 200.000 civili, friulani e veneti
Alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917 gli austro-tedeschi avevano sferrato l’offensiva a Plezzo, nell’alta valle dell’Isonzo, scendendo verso sud. Contemporaneamente da Tolmino gli austro-tedeschi avevano infranto le difese italiane ed erano risaliti fino a Caporetto a congiungersi con le altre truppe: era la sera del 24 ottobre.
Il 26 ottobre il Matajur era preso dai reparti tedeschi nei quali figurava il tenente Ervin Rommel. Quella stessa sera del 26 ottobre il generale Cadorna, comandante in capo dell’esercito italiano, preso atto dello sfondamento avvenuto lungo l’Isonzo, diede l’ordine di ritirata sulla linea del Tagliamento.
Il 27 ottobre fu occupata Cividale, il 28 gli austro-tedeschi giunsero a Udine. I reparti italiani che erano sulla linea da Gemona a Udine si stavano ritirando in maniera disordinata tentando di raggiungere il Tagliamento e i ponti di Pinzano e di Codroipo. La III Armata che era schierata a sud di Udine e fino al mare correva il rischio di essere accerchiata. C’era la necessità di fermare gli austro-tedeschi per dar modo a parte della II e alla III Armata di retrocedere fino al Tagliamento tra il ponte di Codroipo e il ponte di Latisana.
In questo scenario si colloca la battaglia avvenuta tra Basiliano-Pozzuolo del Friuli e Mortegliano [Basiliano allora si chiamava ancora Pasian Schiavonesco].
La battaglia di Pozzuolo del Friuli e di Mortegliano
La battaglia è più nota come battaglia di Pozzuolo del Friuli ma in effetti ebbe un antefatto a Basiliano e una conclusione poi a Mortegliano.
Sulla linea di Basiliano-Pozzuolo del Friuli, già dal giorno 29 ottobre, era stata schierata la 1^ Divisione di cavalleria comandata dal generale Pietro Filippini, con i reggimenti “Cavalleggeri del Monferrato”, “Cavalleggeri di Roma” (che sostituivano la I^ Brigata di Cavalleria), “Genova Cavalleria” e “Lancieri di Novara” (che erano la II^ Brigata di Cavalleria).
I primi due reggimenti – il “Cavalleggeri del Monferrato” e il “Cavalleggeri Roma” – erano stati collocati tra Basiliano e la Statale 13 Pontebbana ma già nel tardo pomeriggio del 29 ottobre erano stati sopraffatti e in disordine si stavano ritirando in direzione di Codroipo.
Il “Genova Cavalleria” e il “Lancieri di Novara” (che componevano la II^ Brigata di cavalleria) si schierarono intorno a Pozzuolo del Friuli per sbarrare la strada agli austro-tedeschi che provenivano da Campoformido e da Sammardenchia e quelli che potevano arrivare da Lavariano e da Mortegliano. In quelle due giornate del 29 e del 30 ottobre passarono per Pozzuolo anche altri reparti che però proseguirono verso il Tagliamento; a sostegno dei due reggimenti di Cavalleria vi fu un reparto di Bersaglieri e i fanti della brigata “Bergamo”.
La battaglia si sviluppò per l’intero 30 ottobre ma nel pomeriggio di quel giorno quello che rimaneva dei due reggimenti di Cavalleria e dei fanti della “Bergamo” lasciò Pozzuolo dirigendosi in parte verso Mortegliano e in parte verso S. Maria di Sclaunicco e Lestizza e Flambro.
Quelli che da Pozzuolo si diressero verso Mortegliano caddero dalla padella alla brace perché il paese, nel tardo pomeriggio del giorno 30 ottobre, era già quasi totalmente in mano degli austro-tedeschi. A Mortegliano erano stati posti ad argine dell’avanzata quello che rimaneva di alcuni reggimenti di fanteria che si erano ritirati dalla linea del Torre il giorno prima; erano il reggimento “Pesaro” e il reggimento “Ravenna” oltre ad un reggimento di Bersaglieri. La battaglia si era sviluppata intensa a partire dal mezzogiorno del 30 ottobre ed era proseguita fino alle otto-nove di sera quando gli ultimi militari italiani sopravvissuti e rimasti in paese sono stati fatti prigionieri. Il paese è in parte incendiato dagli austro-tedeschi nel timore che dentro le case si fossero asseragliati cecchini italiani.
Gli austro-tedeschi la sera del 31 ottobre erano giunti al Tagliamento sia nella zona di Pinzano a nord che a Codroipo, dove la battaglia si svolse tra il 30 e il 31 ottobre. I ponti tra Codroipo e Casarsa (tre ponti dei quali uno ferroviario) furono fatti saltare quando gli austro-tedeschi ancora non vi erano giunti. Il completamento della loro distruzione avvenne tra il 31 ottobre e il 1° novembre ma ciò non impedì l’avanzata degli austro-tedeschi che furono fermati solo sul Piave dove l’esercito italiano si era organizzato per la difesa. E questo avvenne tra il 10 e il 12 novembre 1917. Cadorna nel frattempo aveva spostato il suo comando a Treviso e in quei giorni fu sostituito da Armando Diaz.
L’esercito invasore, tra il 24 ottobre e l’8 novembre, aveva fatto 250.00 prigionieri. Il 12 novembre si può dire che la ritirata di Caporetto era terminata.
L’esodo dei friulani e veneti
Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre 1917 una marea di friulani e di veneti abbandonarono le loro case fuggendo davanti l’avanzata degli austro tedeschi.
Chi partì? Perché lasciarono le loro case?
Molti furono dipendenti dello Stato (tribunali, prefetture, questure, ferrovieri, insegnanti); vi erano poi coloro che avevano “fatto affari” con l’esercito italiano in qualità di fornitori di merci e servizi; fuggirono esponenti della aristocrazia e della borghesia che si erano esposti per il loro irredentismo; si allontanarono anche un certo numero di ecclesiastici. Chi non poteva partire erano certamente i contadini che vivevano di quello che riuscivano a produrre sulla terra che lavoravano anche se alcuni di loro, come i Virgolini di Sevegliano, si preoccuparono di spostare in zone più sicure (o che speravano tali) i loro famigliari.
Quando, dopo la fine della Guerra, si fece il censimento dei “profughi di guerra” si contarono 128.000 profughi dalla provincia di Udine, 18.000 dalla provincia di Belluno, 60.000 dai territori delle province di Treviso, Vicenza e Venezia parzialmente occupate. [“Il Censimento dei profughi di guerra del Commissariato dell’emigrazione in “Giornale di Udine”, 22 dicembre 1918, p. 1].
Questi profughi trovarono accoglienza in prevalenza in Toscana, Lombardia e Liguria. Un numero modesto trovò riparo nelle regioni meridionali. La loro presenza – dopo i primi soccorsi ricevuti all’indomani di Caporetto – creò più di un problema: venivano a cercare alloggi e lavoro dove questi già scarseggiavano e lo Stato non fu in grado di creare servizi essenziali destinati a loro. Dopo la fine della guerra furono spinti a ritornare presto nei loro paesi di origine anche lì dove le case erano state distrutte e non esistevano più i servizi essenziali nemmeno per quelli che erano rimasti.
I Virgolini di Sevegliano non furono interessati da questo esodo per le ragioni dette in precedenza. Ma non è escluso che altri Virgolini abbiano fatto parte di questi 200.000 profughi.
Certamente vi fu un esponente di una famiglia Virgolini di Jalmicco che si allontanò dal Friuli in occasione della rotta di Caporetto. Una Virgolini Lucia di Jalmicco infatti scrive a Virgolini Giuseppe nel 1918 e la lettera rimane depositata presso l’ufficio del Commissario prefettizio del Mandamento di Palmanova (che aveva sede in Via Ghibellina 79 a Firenze) in attesa che il Giuseppe la vada a ritirare o faccia conoscere il suo indirizzo. La notizia appare nel Bollettino dei profughi di guerra pubblicato il 6 ottobre 1918 nel Supplemento di “Giornale di Udine”.
Questo giornale, che fu pubblicato a Firenze dal febbraio 1918 alla fine di gennaio 1919, ebbe una rubrica che intendeva facilitare le comunicazioni tra i profughi che si erano sparsi in luoghi diversi e tra chi era rimasto in Friuli e chi era andato via ma senza lasciare (o senza poter far conoscere) il suo più recente recapito.
Per letture di approfondimento:
P. Gaspari, Le bugie di Caporetto. La fine della memoria dannata, Udine, Gaspari editore, 2021;
P. Gaspari, La battaglia dei gentiluomini a Pozzuolo e Mortegliano il 30 ottobre 1917, Udine, Gaspari editore, 2013.
