Il 1800

In viaggio verso l’America

Ho pensato più volte alle fatiche, ai disagi, alle sofferenze che devono aver patito i Virgolini nel loro viaggio per andare in Argentina alla fine dell’Ottocento (e poi quello che hanno trovato là). Recentemente mi è capitato di leggere il romanzo di Paolo Malaguti dal titolo Piero fa la Merica (Torino, Einaudi, 2023) che parla dell’esperienza di una famiglia di veneti della zona del Montello, a nord di Treviso, che emigra in Brasile tra il 1870 e il 1880. Trascrivo da quel romanzo alcune pagine che parlano del viaggio in treno da Montebelluna a Genova e poi della traversata in nave per arrivare in Brasile per suggerire un’idea di com’erano massacranti quei viaggi.
Il romanzo ruota intorno all’esperienza di Piero, un contadino che ha 16 anni.

“- Per de qua – borbotta loro padre, instradandoli verso la coda del convoglio. Piero non sa leggere, e quindi non decifra il CLASSE TERZA stampigliato a caratteri neri e maiuscoli sui cartelli appesi agli ultimi vagoni, ma il senso gli è comunque chiaro quando vede i macachi con l’orologio salire sulla prima vettura.
La loro carrozza è di solido legno, molto più bello delle assi sconnesse della baracca che hanno appena abbandonato, e le panche gli ricordano vagamente quelle della chiesa. Lì i finestrini non hanno le tendine che ha intravisto nel primo vagone, ma questa mancanza gli pare anzi un pregio, perché una delle cose su cui ha più fantasticato tra sé in attesa della partenza è cosa sarà mai in grado di vedere dal treno in corsa in mezzo alla campagna.
Piero riesce a guadagnare un posto attaccato al finestrino, e anche se deve prendersi sulle ginocchia uno dei piccoli dei Martinengo, che gli fa subito capire chi comanda pisciandogli addosso, il tragitto fino a Treviso gli pare qualcosa di straordinario, e rimane con la fronte incollata al vetro, quasi dimentico del fatto che stanno lasciando tutto, e che laggiù, dove il fumo della locomotiva scompare contro l’azzurro del cielo, è rimasta metà della loro famiglia.
Piero sente, col fiato in gola, che il padreterno deve vedere le cose più o meno così, dal suo trono celeste, quando gli va di dare un’occhiata alla valle di lacrime.
Quanta vita c’è fuori dal paese, fuori dal Montello. Il treno corre e corre, eppure la terra non finisce mai, e non finiscono mai le case, i campanili, i campi. E quindi Piero, approfittando del fatto che il Martinengo pissone, cullato dal treno, si è addormentato, lascia andare la mente, e cade in un pensiero profondo come un pozzo, perché si sente improvvisamente più piccolo e più solo.
Quando il treno arriva a Treviso, Tonin, rintronato dal caldo, e dall’aver pure lui fissato il panorama per tutto il tempo, domanda sottovoce alla Lina: – Semo a Brasile?
Sfortunatamente per lui il vecchio Peocio ha l’orecchio lungo, e così, fintantoché non salgono sul treno successivo, Tonin deve subirsi i motteggi e le risate degli uomini. Piero invece non ride, perché, come ha modo di sussurrare al fratello mentre si sistemano su una nuova carrozza di terza classe, nemmeno lui ha la più pallida idea di quanta strada abbiano fatto e di quanta ancora ne debbano fare.
-. Speremo , – conclude, – de rivar prima de sera, parché ‘ste panche me fa mal al culo.
Piero perde la cognizione dello spazio e del tempo quando si addormenta per la prima volta, più o meno dopo Verona. Si sveglia che è buio, e il treno è fermo chissà dove. Guarda dal finestrino, ma non vede niente, tutto nero eccetto una lampadina elettrica, che però è più avanti, e può vederla solo con la coda dell’occhio, e appiccicando con cura la guancia al finestrino. Attorno a lui paiono dormire tutti. Suo padre sta seduto con la schiena dritta e braccia conserte, con il cappello in testa, con gli occhi chiusi e la mascella serrata, e probabilmente non dorme per davvero.
Piero, ruotando il capo sul collo indolenzito, nota che la carrozza si è riempita, chissà quando, all’inverosimile. C’è gente che dorme in piedi. Gente stesa per terra tra le gambe di chi è riuscito a procurarsi un posto, bambini piazzati sulle retine portabagagli, stretti tra pacchi e involti.
Deve andare al cesso, Piero, ma non gli sorride per nulla l’idea di alzarsi e attraversare quella muraglia compatta, quindi decide di tenersela fin quando può. Riesce a riappisolarsi, e quando si sveglia per il dolore alla vescica albeggia, e il treno corre di nuovo su una vasta campagna coperta di bruma, con basse colline all’orizzonte.
Ormai la pisciata è inderogabile, allora Piero prende con sé Tonin, ma quando i due fratelli riescono a conquistare la latrina vicino ai portelloni di uscita, capiscono che bisogna trovare un’altra maniera. Il cesso è intasato, e prima di loro un ragguardevole numero di passeggeri l’ha fatta lì a terra, accontentandosi, nella migliore delle ipotesi, di coprire alla meno peggio con un foglio di giornale.
– L’è melio che pissé par de qua, – fa un ragazzo sulla ventina, indicando il portellone. Senza attendere una risposta lo spalanca, è un fiotto d’aria fredda e umida li investe come una secchiata d’acqua.
– Me raccomando, – continua il ragazzo, tenendo saldo Tonin per le spalle mentre questo si sporge fuori, – pissa a mancina, sennò la vien tutta dentro!
Quando è il turno di Piero, la paura che lo sconosciuto lo lasci andare dura solo un attimo, poi riesce a godersi la pisciata e l’aria fresca, che sa d’erba come quella di casa al primo mattino, ma con qualcosa di diverso, forse nell’odore del letame, o della terra stessa.
Con le narici e i polmoni purificati, rientrare nel vagone di terza un pugno allo stomaco. Per carità, Piero è cresciuto in campagna, e da pitocco, e quindi di profumi non ne ha mai avuti in giro per casa. Ma lì dentro c’è qualcosa di ben diverso, e di ben peggiore, del fiato delle bestie nella stalla, o del sudore vecchio attaccato alla camicia dopo la giornata di lavoro. E’ un odore acido e cattivo, come di carne malata, di sudori da febbre.
Se non altro in mezzo a quel miasma gli passa l’appetito, e così riesce a farsi bastare la scarsa fetta di polenta che qualcuno a un certo momento gli mette tra le mani. Annoiato dall’eterna campagna che sfila al finestrino, Piero capisce che le cose gli sono sfuggite di mano: se hanno viaggiato per un giorno e una notte, e non hanno ancora passato la grande pozza, vuol dire che la loro destinazione è davvero troppo lontana dal paese, e da tutto il resto.
Gli viene da piangere, e per non farsi vedere chiude gli occhi. I sussulti del treno mascherano i suoi singhiozzi, o forse anche gli altri hanno i propri guai a cui pensare.” (pp. 56-59)

Piero e la sua famiglia sono arrivati a Genova dove si devono accampare per tre giorni prima di salire sulla nave “Orione” che parte per il Brasile. E sono giornate di confusione, di stenti, di umiliazioni, di fame perché gli “agenti “ che avevano venduto il viaggio sulla nave li lasciano soli o in balia di altri sfruttatori loro compari. Poi finalmente arriva l’imbarco.

“La folla che occupa il molo si incanala su una stretta passerella larga sì e no un braccio, sospesa tra la banchina e il ponte del vapore. Piero vede la gente passarci sopra come se niente fosse, con sacchi in spalla e bambini in braccio, ma basta un attimo per scivolare di sotto e finire in acqua. Poco più avanti, in una parte del molo quasi deserta, un’altra passerella, bianca e larga, pare fatta apposta per chi se la sfanga male con l’acqua, per cui Piero tira la giacca a suo padre, e senza dirgli niente si limita ad accennargli col mento quella via di accesso alla nave della quale stranamente nessuno approfitta.
-. No l’è par noialtri – dice suo padre secco, – l’è par i siori.
Piero non replica, se suo padre ha detto di no, non c’è da girarci attorno. Però non gli tornano i conti: vuol dire che anche i siori vanno a fare la Merica come i pitocchi? Che senso ha, per uno coi soldi, lasciare casa propria?
Si ripromette, se ne avrà l’occasione, di chiarire il mistero durante la navigazione; secondo i suoi calcoli casa loro è più vicina a Genova di quanto Genova non lo sia alla Merica, quindi i giorni di viaggio su quel tafanario galleggiante saranno con ogni probabilità di più di quelli che si è dovuto sorbire in treno.
Arriva il loro turno sulla passerella che per fortuna, vista da vicino, non è poi così stretta, e si lascia attraversare senza grossi problemi. Un addetto all’imbarco spunta i loro nomi dall’elenco dei passeggeri.
Piero non fa in tempo ad arrivare sul ponte dell’Orione che subito la corrente umana in cui è incanalato lo spinge dentro una porta e poi giù per una scala di ferro.
Fortunatamente il fetore che proviene dal ventre della nave non è nauseabondo. Ci sono delle lampadine elettriche a illuminare il tragitto lungo la scala, giù fino ad una serie di stanzoni con le pareti di ferro e di legno, in ognuno dei quali ci stanno circa cinquanta letti a castello.
Sono riusciti ad arrivare presto al porto, dietro a loro ancora tanti aspettano di salire, e quindi non faticano a trovare quattro brande libere e vicine. Il padre, che ha ascoltato i consigli di chi non è al primo viaggio, sceglie dei letti vicini alle scale di accesso. Ci sarà più traffico, vero, ma passerà più aria.
Tonin e Lina salgono sui due letti più in alto, chiazzati da chissà quali porcherie, ma non è il caso di fare gli schizzinosi: ci stendono sopra la loro coperta, e iniziano a osservare, muti e attenti, la lenta processione che la nave continua ad ingoiare.
E’ strano perché durante l’attesa sul molo c’era un costante vociare, fitto e diffuso, come nelle piazze nel giorno di un mercato, e invece adesso quel lungo cordone umano pare davvero la processione del venerdì santo, tutti zitti e a testa bassa.
Quel silenzio è alimentato dal rombo basso, cupo e continuo che li avvolge, intimidendo e levando la voglia di parlare. E’ come stare con la testa dentro un gigantesco alveare, senti la vibrazione e il ronzio tutto attorno, senza requie.
Gli uomini e le donne che continuano a scendere lungo la scaletta sono strani, e più Piero li osserva, più sente crescere in sé un senso spiacevole di disagio, dovuto a quella stranezza percepita, ma non a pieno compresa.
E’ come se quelle persone fossero nel medesimo istante assolutamente uguali e assolutamente diverse da lui, dalla sua gente.
Le mani sono compagne. Segnate dal sole, scavate dalla fatica, tanto le donne quanto gli uomini. E anche ciò che quelle mani reggono è in tutto simile. Sacchi, involti, valigie di tela o cartone, lenzuola trattenute per i quattro angoli.
I vestiti invece no, quelli tradiscono differenze facili da cogliersi. La foggia degli scialli e delle sottane nelle donne, il tessuto delle giacche o la forma dei cappelli degli uomini, si vede bene che vengono da parti diverse del regno.
Ma quando aprono bocca per scambiarsi una parola, Piero capisce che, su tutto, sono le lingue a distinguerli.
Frécc e balòs di qua, sbartunè e burdigon di là, e poi fulatrùn, ciaparat, ciuculamént…è come essere rapiti da una corrente impetuosa, e riuscire solo a cogliere qui e lì schegge di parole, dal significato oscuro, che nella loro misteriosa stranezza restano scolpite nell’immaginazione di Piero, torcendosi, mescolandosi, per essere poi spazzate via dalle nuove che arrivano a cascata.
La sirena dell’Orione, rimbombando nel ventre cavo della nave, gli dice che è arrivata quell’ora, il momernto in cui per davvero si parte, si lascia casa, si manda tutto in mona, e si sale sul ponte e si saluta chi resta a terra, chi resta taliano.
Il ponte è intasato di merce e di gente, ma almeno Piero può godersi la luce fresca, dopo le ombre grevi delle stive. Non riesce a vedere niente, né Genova che si allontana, né il mare che diventa sempre più grande. Sente la nave vibrare, oscillare, poi il vento un po’ alla volta aumenta, e questo vuol dire che si stanno muovendo veloci, anche se non pare. Parecchia gente attorno a lui si mette a piangere quando il vapore manda il suo fischio profondo per l’ultima volta, alcuni si mettono a gridare <<addio, patria>> o <<addio, Italia>>. Altri sputano e maledicono Dio e il re.
Piero sa sì e no cosa debba essere la patria o l’Italia, per lui fuori da Biadene, lontano dal Montello, la terra è tutta foresta. Nondimeno, solo adesso gli pare in qualche modo di partire per davvero, e il momento deve essere importante sul serio, perché suo padre passa la mano attorno alle spalle di Lina, che piange in silenzio.
Piero pensa che sia giusto fare lo stesso con Tonin, e lo tira a sé, con fare compreso e solenne, ma il fratello lo guarda di traverso, si divincola come una lucertola e gli propone di andare sul culo del vapore, a vedere la scia bianca coi gabbiani.
I primi giorni sono duri, ma in qualche modo passano per la novità. Piero un po’ alla volta digerisce il timore per la nave, anzi scopre che il costante ronzio del motore, unito all’oscillazione lenta sulle onde tranquille, gli concilia il sonno, facendogli fare delle dormite che non si sarebbe mai immaginato.
Non appena si può, già dall’alba la gente esce sul ponte, perché giù non c’è aria. In compenso sul ponte di aria ce n’è anche troppa, e se non ti ripari le orecchie in qualche modo, poi alla sera la testa ti scoppia come se tutto il vento fosse rimasto intrappolato lì dentro.
Ogni tanto si avvista qualcosa: un’altra nave, un’isola, una lunga linea di terra che non si sa mai cosa sia. E ogni volta c’è qualcuno che grida <<Merica>> e che subito viene mandato in mona in venti lingue diverse, perché chi ha fatto già viaggi sul vapore sa che è ancora ben lunga.
Una certa agitazione si prova dopo qualche giorno, quando l’Orione passa attraverso due alti speroni di roccia brulli e aridi. Chi sa le cose dice che stanno entrando nella gran pozza, l’oceano. Piero è eccitato dalla notizia, anche se l’unica differenza che nota sta nel vento che inizia a tirare molto più forte di prima.
Ma il viaggio non è nemmeno a metà, e la parte che resta da fare è la più bastarda. Dopo neanche una settimana dall’ingresso nell’oceano una notte Piero si sveglia. Sente gridare, ma non è quello che lo disturba. Si sveglia perché non capisce più da che parte sia il sopra e da che parte il sotto, e gli pare di volteggiare per aria come una foglia.
Sensazione spiacevole, che oltre a strapparlo dal mondo dei sogni lo obbliga a vomitare l’anima, dandogli appena il tempo di sporgere la testa dal letto. Grazie a Dio Tonin, che dorme di sopra, non riesce a sporgersi dal letto e vomita sulla coperta, evitando al fratello lo spiacevole battesimo.
L’Orione salta e balla, e in effetti, nonostante le grida che intasano la stiva, si sente fin troppo bene l’accompagnamento di gran cassa e lironi fatto dai tuoni e dal vento.
Per quella notte non dorme più nessuno, e visto che all’alba la tempesta non è ancora passata e i marosi spazzano il ponte, non si può uscire, e non viene dato nemmeno il permesso di aprire i portelloni che potrebbero far girare un po’ d’aria fresca.
Molti si mettono a letto coi brividi, pallidi come cenci, senza nemmeno più la forza di tirare un porco. Chi ci riesce, si consuma le dita a forza di sgranare rosari, e Piero, che si tiene alle sponde della branda con le poche forze che gli restano, pensa che la fine del mondo debba essere una cosa tutto sommato simile, un gran bordello con gente che prega e gente che bestemmia, tutto mescolato assieme. Ci vogliono tre giorni di purgatorio perché la tempesta inizi a passare e l’Orione possa riprendere a marciare senza troppi scossoni […si saltano due pagine dove si parla della morte di un bambino piccolo della famiglia Martinengo].
L’oceano si tiene tranquillo senza più brutte sorprese, e dopo quasi un mese, quando anche agli ultimi è passato da giorni il mal di mare, un pomeriggio qualcuno grida <<Merica>> e tutti scorgono, lì in fondo, una linea più scura, che il mattino dopo si rivelano essere montagne, e quelli esperti dicono che è la costa del Brasile. […] Il porto dove finalmente sbarcano in un’alba serena ha il nome di un santo serio, San Paolo, e promette bene. Piero si sente addosso le croste della salsedine, ha i capelli che paiono corde impeciate, ma è anche abbronzato, l’aria del mare non gli ha nociuto, e gli sembra addirittura che le braghesse siano più corte di quando sono partiti.
Quando la passerella davanti a lui finisce, e si tratta di mettere avanti il piede sulla terraferma, Piero sente una profonda vertigine, e gli salgono quasi le lacrime agli occhi, perché pensa a tutto il mare che ha alle spalle, con in mezzo le tempeste e i morti, e i giorni e le notti, e capisce che davvero la lontananza da sua madre e dal suo paese è molta di più della semplice distanza.” (pp. 76-83)

Il viaggio per Piero e i suoi familiari prosegue prima verso Porto Alegre, a sud di San Paolo, e poi all’interno fino ad un punto dove i nuovi arrivati fin lì, sono circa una quarantina di maschi in grado di lavorare e le loro famiglie, costruiranno le loro capanne dove abitare e dove cominciare a vivere. E segue una storia di fame, di malattie, di fortune e di sfortune, alla fine di accettazione della nuova vita come probabilmente è stata la sorte toccata a molti dei nostri emigrati in Argentina.
L’autore di questo romanzo, Paolo Malaguti, è nato a Monselice ed è autore di altri romanzi che sono ambientati nel Veneto e in prevalenza nei decenni tra Ottocento e Novecento.
Un piroscafo denominato “Orione” è effettivamente esistito ed ha svolto la funzione sopra descritta. Era stato costruito nel 1883 e dal 1884 ha svolto servizio sulla rotta Genova-Rio de Janeiro-Montevideo-Buenos Aires prima per la compagnia Reggio & Co. e poi per la Navigazione Generale Italiana.

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