Dopo il 1877 cominciarono ad arrivare in Argentina decina di famiglie friulane. Sembra che i primi nuclei fossero sistemati nella provincia di Santa Fè nella parte più settentrionale dell’Argentina, poi nel Chaco e a Resistencia; dopo il 1878 furono avviati anche verso l’area di Cordoba e nella sua provincia, in particolare verso Colonia Caroya.
La storia di Colonia Caroya si lega alla presenza e alla colonizzazione gesuitica di quei territori tra Paraguay, Uraguay e Argentina che era cominciata alla metà del 1600. Di questa colonizzazione sono una importante testimonianza il “Blocco gesuita e le estancias di Córdoba” (in spagnolo: Manzana Jesuítica y Estancias de Córdoba) che sono un complesso di costruzioni realizzato dai missionari gesuiti a Córdoba e nel territorio circostante tra XVII e XVIII secolo e che sono visibili ancora oggi in buona parte.
La Manzana Jesuítica y Estancias de Córdoba sono state inserite nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nell’anno 2000. La Manzana Jesuítica di Córdoba era costituita dagli edifici che ospitavano il Seminario (per la formazione di nuovi preti) e dal Collegio gesuitico per la formazione dei laici (Seminario e Collegio poi divenuti l’Università di Córdoba, una delle più antiche del Sudamerica, tuttora esistente). Accanto sorgeva la chiesa (ora la cattedrale di Córdoba) e gli edifici adibiti a residenza del personale e dei lavoratori addetti al funzionamento della struttura. Tutti questi edifici costituiscono ora il centro della città di Córdoba.
Accanto a questo complesso, i Gesuiti costruirono (o restaurarono) 6 estancias (fattorie) nel territorio intorno a Córdoba chiamate Caroya, Jesús María, Santa Catalina, Alta Gracia, Candelaria e San Ignacio: erano sei tenute, sei centri abitati con chiesa, canonica e edifici al servizio dei lavoranti, che dovevano produrre quanto necessario alla città di Córdoba ma anche dare sviluppo all’agricoltura e alle attività economiche della zona dove sorgevano le fattorie.
Questo insieme di costruzioni, fondato a partire dal 1615, vide al lavoro nelle estancias sia gli indigeni abitanti della Pampa che schiavi importati dall’Africa oltre ad europei che costituivano la direzione del personale ed erano selezionati dagli stessi Gesuiti. Tutto ciò dovette essere abbandonato dai Gesuiti nel 1767, dopo il decreto del re Carlo III di Spagna che prima li espulse dal continente sudamericano e poi anche dalla Spagna.
Ai Gesuiti subentrarono i Francescani fino al 1853, quando i Gesuiti tornarono anche in Argentina (che nel frattempo era diventata una Repubblica indipendente dalla Spagna).
Il Seminario e il Collegio di Córdoba vennero nazionalizzati nel 1854 diventando l’attuale Università di Córdoba mentre gli edifici delle estancias entrarono a far parte del patrimonio dello stato centrale o delle provincie nelle quali l’Argentina era divisa. Gli edifici di culto continuarono a svolgere la loro funzione, gli altri edifici furono destinati a nuovi usi con altri soggetti al posto degli indigeni e degli schiavi africani.
Per ripopolare quei territori la Repubblica Argentina fece ricorso a famiglie di immigrati dall’Europa, in particolare dai territori dell’Impero asburgico, dall’Italia, dalla Svizzera. Questo a cominciare soprattutto dall’emanazione della legge argentina denominata “Avellaneda” (dal nome dell’allora Presidente Nicolas Avellaneda che guidò l’Argentina dal 1874 al 1880) emanata nel 1876 che prometteva ai nuclei familiari provenienti dall’Europa grandi facilitazioni per ottenere o per acquistare terre, soprattutto nei territori al confine con il Paraguay e l’Uruguay.
Ogni Estancia possedeva la sua chiesa e il suo gruppo di edifici, attorno a cui si sviluppò in alcuni casi una città (come per esempio Jesus Maria e Alta Gracia) mentre in altri casi l’ambiente rurale è rimasto predominante (come a Colonia Caroya che però oggi è diventata quasi un appendice di Jesus Maria). L’Estancia di San Ignacio non esiste più.
Le Estancias possono ancora oggi essere visitate dai turisti; quelle citate sopra ed altre si trovano lungo la cosiddetta Strada delle Estancias gesuite, lunga circa 250 chilometri. Per maggiori informazioni su questo complesso diventato sito dell’Unesco si può vedere whc.unesco.org/pg.cfm?cid=31&id_site=995 (consultato nel gennaio 2026).
I Virgolini che sono partiti da Sevegliano nel 1881 (Giuseppe Virgolini e la moglie Antonia Colussi e i figli), nel 1883 (Giobatta Virgolini e la moglie Eleonora Colussi e i figli), nel 1885 (Agostino Virgolini e la moglie Caterina Vrech e i figli; Celeste Virgolini e la moglie Maria Milocco e i figli), nel 1898 (Alessandro Virgolini e la moglie Elisabetta Colussi e i figli) e poi negli anni successivi, in parte sono andati a vivere a Colonia Caroya e nei dintorni, poi a Cordoba e a Buenos Aires [ma su questo argomento si interverrà in un altro capitolo di questo portale).
Da una quarantina d’anni il CEMLA (Centro de estudios migratorios latino americanos) ha cominciato a digitalizzare i dati degli arrivi degli emigranti in Argentina. Ci sono anche i dati dei nostri Virgolini che a noi risultano partiti nel 1881 e al CEMLA risultano arrivati nel 1882 (con la nave “Rio de la Plata” in partenza da Genova verso la fine di dicembre 1881 o primi di gennaio 1882): così sappiamo che Giuseppe Virgolini e la moglie Antonia erano arrivati in Argentina il 2 febbraio 1882 insieme ai figli Luigia e Anna.
Se andate sul sito del CEMLA potete cercare i dati degli altri Virgolini sbarcati in Argentina negli anni successivi.
Ancora una notizia sull’argomento. Sulla rivista “Sot la nape”, n. 1 del 2021 c’è un breve articolo di Flavio Vidoni, Pre’ Josè Bonoris di Orgnan a Colonie Caroya. Prin plevan dai nestris emigrats in Argjentine (pp. 44-46) che racconta come Giuseppe Bonoris avesse ricevuto l’autorizzazione della Curia arcivescovile di Udine di partire per l’Argentina e che dal 1885 questo prete e suo fratello, anche lui prete, sia stato il primo cappellano degli emigranti friulani a Colonia Caroja dove ha fatto costruire la chiesa poi consacrata nel 1896 dal Vescovo di Cordoba.
Per chi vuole approfondire l’argomento:
F. J. Devoto, Storia degli italiani in Argentina, Roma, Donzelli 2007
F. Jori, Andemo in Merica. Veneto e Friuli. Un secolo e mezzo di emigrazione di massa, Pordenone 2025
S. Gon, Jalmicco un paese di emigranti, Reana del Roiale, 1994.
