Le statistiche dicono che sul finire dell’Ottocento sono state diverse migliaia i friulani che sono partiti per andare in Argentina e tra questi anche qualche decina di Virgolini, di quelli che si erano spostati da Jalmicco a Sevegliano intorno alla metà di quel secolo. Ma perché si emigrava? E quanti sono stati gli emigranti dai paesi intorno a Palmanova? E quanti i Virgolini? E perché i Virgolini sono emigrati?
Provo a riassumere le cose lette sia nei libri che hanno parlato di quel fenomeno, sia sui giornali di quell’epoca che in Friuli lo hanno analizzato più da vicino.
Non sappiamo quanti siano stati gli emigrati dalla provincia di Udine verso l’Argentina prima del 1876 (quando i dati hanno cominciato ad essere raccolti dall’Istituto nazionale di statistica) e dopo quella data sappiamo quanti sono gli emigrati in totale ma senza distinzione tra emigrati temporanei e definitivi, ed emigrati verso quali paesi.
I dati dell’ISTAT ci dicono che dalla provincia di Udine, dopo il 1876, emigrarono oltre 17.000 persone l’anno; nel 1885 erano oltre 25.000; nel 1895 erano oltre 44.000. E gli emigrati continuarono ad aumentare fino ad 1903 quando si raggiunse la cifra massima di oltre 50.000 emigrati in quell’anno (G. Panizzon, Aspetti demografici friulani del secolo 1866-1966, Udine, Del Bianco Editore, 1967, Tabella 19).
Questi numeri sono stati desunti dai nulla osta che erano rilasciati dai Sindaci, nulla osta necessario per poter avere il passaporto. Ma in questi numeri ci sono gli emigrati stagionali (verso i paesi europei) e quelli invece permanenti (in particolare verso il sud e poi il nord America). E non sono calcolati quelli (anche dal nuovo mondo) che poi rientrarono. Quello che dicono con certezza è che un numero crescente di Friulani, sul finire dell’Ottocento, decisero di emigrare per cercare un’alternativa alle condizioni di vita che trovavano a casa loro.
Qui ci viene in aiuto un’osservazione tratta dal “Bullettino dell’Associazione agraria friulana” che, dopo il 1875, comincia ad essere attento al fenomeno dell’emigrazione e a pubblicare dei dati che riguardano anche l’emigrazione verso l’Argentina e il Brasile.
Nel novembre 1879 si nota che “la corrente dell’emigrazione friulana per l’America meridionale si fa nuovamente ampia e continua” e spiega così le ragioni di quell’emigrazione (fatta quasi solo da contadini): sono “reclutati dalla miseria, dallo spirito avventuriero, da illusioni ingannevoli”. E più avanti nello stesso articolo dice che questa emigrazione era un male “perché frutto nella massima parte di tristi condizioni economiche e di altre cause non liete” (“Bullettino dell’Associazione agraria friulana” 1879, n. 38, pp. 301-302). Nell’Associazione agraria friulana erano presenti i grandi proprietari terrieri del territorio e questi non vedevano di buon occhio l’emigrazione dei contadini perché questa emigrazione toglieva ai proprietari lo spazio di manovra e quei contadini che restavano avrebbero reso più difficile la conduzione delle terre.
Ma non solo i proprietari vedevano di malocchio l’emigrazione; anche il clero pur se per ragioni diverse. L’emigrazione, soprattutto quella temporanea, introduceva nella vita dei paesi dei disordini che provenivano dai costumi e dalle abitudini portate dagli immigrati, una volta ritornati a casa; e anche i pochi soldi risparmiati non servivano per migliorare le condizioni di vita ma aumentavano solo la frequenza delle osterie.
C’erano però anche coloro che vedevano la situazione in maniera diversa. Pacifico Valussi ad esempio, che fu giornalista, economista, deputato, direttore del quotidiano “Il giornale di Udine” dal 1866 alla fine degli anni Ottanta, aveva subito cominciato ad occuparsi dell’emigrazione stagionale dei friulani verso l’Austria, la Germania e i Balcani e poi, nel 1868, aveva scritto una serie di articoli esaminando l’emigrazione stagionale e quella permanente verso le Americhe e gli altri continenti e poi ancora verso le altre regioni d’Europa. Nel 1869 richiamava l’attenzione del governo sulle condizioni degli italiani che emigravano perché lì dove si recavano non erano tutelati e nell’aprile 1870, parlando di una esposizione che gli argentini stavano organizzando a Cordoba in occasione della inaugurazione della ferrovia da Rosario a Cordoba (e che collegava quindi Buenos Aires a Cordoba), suggeriva di accogliere l’invito che era stato fatto di partecipare a quell’esposizione per far conoscere l’Italia e i suoi prodotti e per consolidare la presenza dei connazionali in quel territorio dato che in Argentina, nella regione del Rio della Plata a nord-est della capitale, erano già presenti 20.000 italiani (il console argentino a Firenze parla di 200.000 ma il dato è sbagliato evidentemente). (Rivista politica settimanale in “Il Giornale di Udine”, 4 aprile 1870).
“Il Giornale di Udine” proseguirà con l’attenzione dedicata al fenomeno migratorio verso le Americhe e negli anni 1870-1880 comincerà a pubblicare i dati relativi ai nulla osta che coloro che volevano emigrare dovevano chiedere al loro sindaco per ottenere poi il passaporto e, nelle pagine della pubblicità, inseriva gli avvisi delle agenzie di viaggio e di navigazione che proponevano date e costi per l’imbarco verso il Sud America, in particolare da Genova ma anche da altri porti francesi e inglesi.
Erano viaggi abbastanza avventurosi, soprattutto per persone che non avevano mai messo il naso fuori di casa; il passaggio in nave costava all’incirca 200 franchi (francesi) a persona – come dice un manifesto pubblicato sul finire del 1881 a Udine – che era una cifra enorme. Coloro che volevano emigrare riuscivano a mettere insieme quei soldi solo indebitandosi, spesso con le stesse agenzie che organizzavano il viaggio. Vi sono lettere e romanzi che hanno raccontato l’odissea di questi viaggi; il peggio poi era scoprire, una volta arrivati, che la promessa di terreni gratuiti o a basso costo, come proclamavano i manifesti pubblicati o affissi nei paesi, era una truffa. Sono stati centinaia e migliaia i nostri emigrati che sono arrivati nel nuovo mondo e che hanno sofferto la fame, quella stessa fame che speravano di aver lasciato nei loro paesi di origine.

Ma non c’erano solo le pubblicazioni sui giornali: probabilmente le agenzie agivano anche attraverso altri canali, forse le stesse amministrazioni comunali e poi affiggendo manifesti in diversi comuni che propagandavano le favorevoli condizioni non solo per il viaggio ma anche per lo stabilirsi nel sud-America, in particolare in Brasile e in Argentina anche se spesso, come detto, queste promesse nascondevano colossali imbrogli. Ecco un prototipo di manifesto apparso in quegli anni.

Quindi si emigrava dal Friuli perché nella regione c’era miseria. E l’Unità d’Italia non aveva cambiato lo stato di cose che erano diventate più gravi per la diminuzione del prezzo del grano, per la crisi della bachicoltura, per le regole che disciplinavano i contratti di affitto e di colonia a tutto vantaggio dei grandi proprietari.
Se questi erano i problemi generali che riguardavano tutti coloro che volevano emigrare dal Friuli, ve ne erano altri che erano legati alla storia dei discendenti della famiglia di Antonio e Anna Zof a Sevegliano. Nella casa di Via Campolonghetto, oltre ai capofamiglia Antonio e Anna abitavano i loro otto figli, sei dei quali avevano presto preso moglie e cominciavano ad avere la loro prole
Nel 1880, quando probabilmente Giuseppe e Antonia decidono di partire, nella casa dei Virgolini a Sevegliano abitano almeno una ventina di persone. Troppe le bocche da sfamare per un lavoro che probabilmente non era in grado di accontentare tutti. Ecco allora la decisione (che sarà ripetuta anche successivamente): il primogenito e la sua famiglia resteranno, gli altri devono trovare lavoro e sistemazione altrove.
Si spiegano così le partenze prima di Giuseppe e Antonia con le figlie Luisa ed Anna alla fine del 1881, inizi del 1882; poi Giobatta ed Eleonora con le figlie Celestina, Angela e Amelia nel 1883; poi Agostino e Caterina con i figli Massimo e Ferdinando nel 1885; nello stesso anno partono anche Celeste e Maria con la figlia Luisa e il figlio Guglielmo; nel 1898 infine partirà Alessandro con Elisabetta e i figli (Giuseppe, Giobatta), Umberto, Giovanni, Ernesto e Agostino. Degli altri figli di Antonio e Anna Zof Giulio a quella data è già prete e Teresa è fuori casa perché si è sposata con Pietro Romano.
Il “Bullettino dell’Associazione agraria friulana” del febbraio 1882, n. 4, nell’articolo Cronaca dell’emigrazione friulana, a p. 29, segnala che nel mese di dicembre 1881 le domande di passaporti sono aumentate e che ce ne erano state sei dal comune di Bagnaria Arsa (di cui Sevegliano era frazione): quattro di quelle sei probabilmente erano di Giuseppe e Antonia Virgolini e delle loro figlie Luisa ed Anna.
Quindi ragioni generali e ragioni particolari hanno spinto questi Virgolini ad emigrare in Argentina. Non sappiamo nulla dei loro viaggi e di come abbiano affrontato la sistemazione in quel paese: possiamo solo immaginare che abbiano faticato molto. Ma questo sito in Internet serve anche per questo: per far conoscere cose che non sono mai state note a chi è rimasto in Friuli. E forse sono state dimenticate anche dai discendenti di oggi di quelle famiglie dei Virgolini di ieri.
Per approfondire l’argomento si possono leggere:
G. Di Caporiacco, L’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli, Udine, Ente Friuli nel mondo, 1983
U. Bernardi, Addio patria. Emigranti dal Nord-Est, Pordenone, Ed. Biblioteca dell’immagine, 2002
A. Bongiorno, A. Barbina, Il pane degli altri: lettere di emigranti, Udine, La Situazione, 1970
E. Franzina, Merica! Merica! Emigrazione e colonizzazione nelle lettere dei contadini veneti e friulani in America latina, Verona, Cierre 2000.
